A Trieste, lungo la Rotta balcanica, ResQ è accanto alle persone migranti che arrivano in città dopo viaggi spesso lunghi e difficili perché scappano da paesi in guerra, situazioni di povertà e instabilità. Ma cosa significa, concretamente, esserci? Lo abbiamo chiesto a Elena, volontaria del Centro ResQ di Trieste, che ci racconta il lavoro quotidiano, la collaborazione con le realtà già presenti sul territorio e soprattutto, prima ancora di tutto il resto, l’importanza di incontrare le persone.
Cosa fa ResQ a Trieste e come si integra con le associazioni già presenti sul territorio?
ResQ è entrata nella rete delle associazioni che si occupano della prima accoglienza delle persone migranti che arrivano dalla Rotta balcanica. Lo ha fatto in punta di piedi, cercando di capire dove poter essere realmente di supporto a chi è operativo sul campo 365 giorni l’anno.
Questo è lo stile di ResQ: non arrivare per sostituirsi a chi già lavora sul territorio, ma intervenire dove viene individuato un bisogno, mettendosi al servizio degli operatori e delle operatrici. Dopo tre anni di progetto, questo lavoro è ormai riconosciuto e consolidato.
Com’è oggi la situazione sulla Rotta balcanica?
È una situazione in continuo cambiamento. Le persone che arrivano sono sempre più fragili e traumatizzate, provate nel corpo e nella mente da viaggi sempre più difficili. Arrivano molti minorenni, donne e bambini, con situazioni di forte vulnerabilità fisica e psicologica.
Per questo il lavoro di rete è fondamentale. Il servizio in cui operiamo è un servizio a bassa soglia, libero e pensato per essere accessibile a chiunque nel modo più facile e immediato possibile. Siamo lì per accogliere e supportare le persone, ma anche per alleggerire gli operatori da alcune attività pratiche, permettendo loro di concentrarsi su altri aspetti fondamentali del loro lavoro.
Cosa fa concretamente un volontario o una volontaria ResQ a Trieste?
Ci sono innanzitutto i bisogni più immediati: distribuiamo prodotti per l’igiene personale, vestiti, cibo e acqua. Permettiamo alle persone di ricaricare telefoni e powerbank, spesso fondamentali per poter mantenere i contatti con le famiglie e con le persone che si trovano sul territorio.
Supportiamo inoltre gli operatori nella distribuzione dei vestiti, nella gestione del magazzino e nel lavaggio e nell’asciugatura degli indumenti.
Sono attività molto concrete, ma significano molto perché permettono di incontrare le persone proprio nel momento del loro maggiore bisogno.
E poi c’è l’ascolto. Invitiamo i volontari a non fermarsi alla distribuzione, ma a stare nel salone, a sostare, a incontrare davvero le persone. A volte significa semplicemente parlare, sorridere, ridere, cantare una canzone o fare una partita a calcetto o a carte.
Essere lì, da essere umano a essere umano, può avere un valore enorme. Dopo anni di viaggio segnati da violenze, soprusi, sfruttamento e una fatica fisica e psicologica infinita, può significare ritrovare uno spazio di serenità e, in qualche modo, di dignità.
Quindi il volontario non si limita a offrire un aiuto concreto. Porta con sé anche le storie delle persone che incontra?
Sì, ed è un altro aspetto fondamentale. I volontari ascoltano e vedono direttamente realtà con cui probabilmente non sarebbero mai entrati in contatto nella loro vita. Quando tornano nei propri territori, portano con sé quelle storie e diventano a loro volta strumenti di sensibilizzazione.
È diverso leggere una storia e ascoltarla direttamente da una persona che ha vissuto quell’esperienza. Molti volontari arrivano proprio grazie a questo passaparola: qualcuno viene, vede, ascolta, torna a casa e racconta. E così quell’esperienza continua a viaggiare.
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