(di Elena Jona e Filippo Marchesi – volontari ResQ)
Siamo Elena e Filippo, e abbiamo deciso di passare i giorni di fine anno del 2025 come volontari di ResQ ma al Rifugio Massi di Oulx, in provincia di Torino.
L’esperienza di Oulx per noi è stata ancora una volta un’esperienza di game, il gioco della vita. Dentro il rifugio le persone in arrivo si preparano per il tragitto a piedi e, in modo del tutto casuale, ogni sera qualcuno viene fermato e respinto. Entro la notte di solito, chi viene fermato torna al rifugio, ma il giorno dopo riparte e passa quasi sempre. Nessuno, tra le persone che abbiamo incontrato, ha mai avuto più di un respingimento: non dipende dall’età, dal paese di provenienza, dalla storia personale. Un certo numero di persone viene semplicemente preso e rimandato indietro. È un gioco perverso sulla pelle delle persone, messo in scena dall’Europa.
Il rifugio è molto ben organizzato. Il lavoro più intenso è al mattino: chi non ha soldi si incammina a piedi, chi può permetterselo compra con 3,30 euro il biglietto per Claviere e fa il primo tratto in autobus. Le persone partono “vestite di tutto punto”: noi volontari guardiamo le previsioni meteo su una chat condivisa e, in base a quelle, cerchiamo di adeguare l’abbigliamento. È quello che, nella rete di associazioni del rifugio Massi, viene chiamato “la vestizione”.
La vestizione è un momento di cura molto importante, che richiede delicatezza. Io (Elena), essendo donna, a volte chiedevo di poter vedere cosa avevano sotto la giacca, per aggiungere uno strato termico. Loro spesso ripetevano “Va bene così, questi jeans vanno benissimo”, ma sono persone che arrivano per la quasi totalità dal Sudan, scappano dalla guerra, non hanno mai visto la neve, non hanno idea di cosa significhi camminare di notte con temperature tra i -12 e i -20/-21 gradi. Parte del nostro lavoro è dire: “Fidati, non puoi affrontare un metro di neve con i jeans”. I sentieri in genere sono battuti, perché volontari e gruppi come “No Name Kitchen” passano spesso a prepararli, ma il gioco perverso sulla vita, sulla salute fisica e psichica di queste persone, non si ferma al respingimento.
Dopo l’autobus, arrivano a Claviere e si nascondono in quello che tutti chiamano “il bunker”, sia attivisti che migranti: un vecchio manufatto della Seconda guerra mondiale. Lì attendono il buio. Anche questo fa parte del game: tutti sanno quanti partono dal rifugio, quanti salgono sul bus, quanti scendono a Claviere e quanti si incamminano verso il bunker. È tutto alla luce del sole. A volte i carabinieri chiedono direttamente agli attivisti: “Secondo voi oggi nel bunker quanti ce ne sono?”.
C’è questa strana finzione: si fa finta che il passaggio sia nascosto, ma in realtà è esposto, controllato, quasi “gestito”. E non è chiaro se la finzione sia che tutto avvenga di nascosto, o che tutto avvenga alla luce del sole. Noi, come volontari, ce lo siamo detti tante volte tra noi: ci sentiamo parte di questo paradosso, di questa forma di violenza, perché in qualche modo ne diventiamo un ingranaggio. Da un lato proteggiamo, dall’altro partecipiamo a un meccanismo che non decidiamo ma che ci attraversa. E un po’ ci sentiamo complici.
La vestizione, infatti, è anche e soprattutto riduzione del danno: cerchiamo di evitare il congelamento, di dare scarpe adeguate, guanti, cappelli, termos, tutto ciò che può rendere meno pericoloso quel tratto a piedi. Ma lo facciamo dentro una cornice che resta assurda.
Le persone che arrivano a Oulx oggi vengono quasi tutte dagli sbarchi; quasi nessuno più dalla rotta balcanica. Nel giro di due o tre giorni dal loro arrivo in Italia, dopo gli sbarchi, arrivano a Torino e poi prendono il treno per Oulx. Al rifugio possono fermarsi al massimo una notte, tranne chi viene respinto, che ha, di fatto, una “seconda possibilità” di sosta.
Al Rifugio Massi vengono curate in tutto e per tutto. I servizi sono molti, simili a quelli del centro diurno di Trieste: c’è un turno infermieristico fisso ogni sera; la mattina medici in container nel cortile; il rifugio è pieno di attivisti con competenze e ruoli diversi, pronti a rispondere a qualunque bisogno venga espresso. Le persone possono arrivare di giorno o di notte, ma la mattina successiva vengono comunque preparate per ripartire.
Gli orari sono rigidi: ogni giorno, tranne i festivi, ci sono due autobus, alle 10:40 e alle 14:40 (nei festivi solo uno). Il volontario che si occupa della vestizione deve fare in fretta, in base al numero di persone, per permettere a tutti di raggiungere il bus in tempo.
Per noi è un’esperienza molto forte. Ti permette di toccare con mano l’assurdità della gestione delle frontiere. Un esempio: quando un ragazzo viene respinto, la polizia francese sui sentieri chiama la polizia di frontiera italiana, che chiama la Croce Rossa, che lo riporta al rifugio. Una catena di interventi e di spesa pubblica enorme, per una cosa che, sulla carta, potrebbe costare pochi euro: un biglietto di bus o di treno per Briançon.
Tutto questo è interessante da osservare, ma anche duro da reggere. Per i volontari di ResQ, rispetto a Trieste, qui c’è meno spazio per l’incontro prolungato e molto più per la logistica: organizzazione del rifugio, gestione del magazzino, turni, orari, vestizioni in serie. A Trieste le persone sono in entrata, più stanziali per un breve tempo; a Oulx sono in uscita, hanno un solo obiettivo: andarsene. Gli scambi che nascono sono spesso teneri, affettuosi, ma brevissimi. Anche per questo sappiamo che non è un’esperienza adatta a tutti: richiede di reggere la sensazione di essere dentro un meccanismo che aiuta e, insieme, mette alla prova la nostra idea di giustizia e di frontiera.
