Yusuphe Djatta, è un giovane ragazzo che proviene del Gambia e che ha affrontato un viaggio drammatico attraverso la Libia e il Mediterraneo per raggiungere l’Italia.
Yusuphe ha conosciuto la tortura, la prigione, lo sfruttamento, la fame, la sete il dolore e la morte.
Viveva nell’abitazione di una persona che, letteralmente, aveva comprato lui e un ragazzo di 17 anni perché lavorassero nella sua proprietà, come se fossero una sua proprietà. Un giorno, il giovane si è allontanato ed è stato accoltellato. Yusuphe ha provato a fare qualsiasi cosa per salvarlo ma non ce l’ha fatta.
A quel punto, la scelta di scappare e l’incontro con i trafficanti di esseri umani che lo hanno fatto partire dalle coste della Libia verso l’Italia. Stipato con decine di altre persone su un gommone sovraffollato, rimane per giorni alla deriva dopo la rottura del motore, senza acqua né cibo. Dopo numerose richieste di aiuto, viene infine soccorso da una nave di una ONG.
L’arrivo in Italia non segna la fine delle difficoltà. Deve affrontare una lunga e complessa procedura burocratica per il riconoscimento della protezione, riceve due dinieghi e si ritrova senza accoglienza né punti di riferimento, finendo a vivere per strada.
La svolta arriva grazie alla Caritas, che gli offre un sostegno concreto. Inizia a studiare italiano, svolge attività di volontariato presso il Centro Farmaceutico Missionario di Valmadrera e lavora come lavapiatti. Nel tempo costruisce una nuova vita, conosce la donna che diventerà sua moglie e oggi è padre di due figli.
Attraverso il Centro Farmaceutico Missionario entra poi in contatto con RESQ – People Saving People, diventando volontario degli Equipaggi di Terra. Si impegna in attività di sensibilizzazione nelle scuole e iniziative di raccolta fondi, trasformando la propria esperienza personale in testimonianza e impegno civile.
Il riscatto: da vittima della tratta e della migrazione forzata a cittadino attivo che aiuta altri a comprendere cosa significhi affrontare quel viaggio. Per Yusuphe, guardare “la vita davanti a sé” significa poter finalmente immaginare un futuro fatto di famiglia, lavoro, relazioni e partecipazione alla società.
Un grazie va ad Anna Pozzi che ha condiviso la sua intervista a Yusuphe Djatta

