La nostra nave, questa vecchia signora che ha attraversato tempeste e silenzi, che ha visto paura negli occhi dei naufraghi e sollievo nei loro respiri, ha bisogno di cure. E noi siamo qui.
L’equipaggio a bordo della nave è occupato 24 ore al giorno alla mitigazione dei danni riportati in seguito al ciclone Harry: mettendo in sicurezza la nave, controllando le falle e l’entrata di acqua, e portando al sicuro il materiale a bordo.
Con l’aiuto di volontarie e volontari stiamo sbarcando tutto il materiale SAR, in attesa di nuovi progetti e nuove partenze. In magazzino abbiamo già portato le coperte, i vestiti, tutto ciò che in questi anni ha avvolto corpi infreddoliti e tremanti. Anche l’ospedale di bordo, la nostra clinica, è stato smontato con cura, pezzo dopo pezzo. Non è solo attrezzatura: è memoria viva di ferite curate, di mani strette, di vite restituite alla speranza.
A breve ci occuperemo della “guest kitchen”, il cuore caldo della nave. Il luogo dove abbiamo sempre preparato un piatto caldo, un tè, un gesto semplice capace di dire: sei al sicuro. Smontarla fa male. Ma sappiamo che la ricostruiremo. Più forte.
Da quello stesso spazio, oggi, scegliamo anche di essere solidali. Parte delle nostre risorse alimentari sarà donata alla Global Sumud Flotilla che si sta organizzando per una nuova missione verso Gaza, per rompere il blocco navale illegale imposto da Israele. Perché la solidarietà non si ferma quando siamo in difficoltà. Si moltiplica.
Questo momento ci ha costrette e costretti a spostare lo sguardo. Noi che siamo persone abituate a guardare fuori, a scrutare l’orizzonte, ora guardiamo dentro. Dentro la nave. Dentro le sue ferite. Dentro le crepe da sigillare. Le nostre teste sono immerse tra casse e inventari, tra attrezzi e liste di danni. Le nostre mani odorano di salsedine e metallo. Ma non abbiamo perso la rotta. La nostra ragione di esistere è sempre la stessa: navigare, essere presenza civile nel Mediterraneo, salvare vite.
Curare la nave oggi significa tornare in mare domani.
Significa non arrendersi alla violenza delle frontiere.
Significa continuare a scegliere da che parte stare.
E noi sappiamo da che parte stiamo. Sempre.
(Testimonianza della crew a bordo della ResQ People)
Credits foto: Francesca Furlan
